Auguri per il nuovo anno…

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Buon 2016. Che sia un anno volto a costruire il futuro e non a difendere con le unghie e coi denti un anacronistico passato.
Buon 2016. Che sia un anno dei e per i giovani, affinché non siano oggetto di commemorazione da morti, ma di attenzioni da vivi.
Buon 2016. Che sia un anno in cui ognuno metta al centro del proprio impegno la scuola, l’educazione, la cultura… la formazione di menti libere, aperte, curiose.
Buon 2016. Che sia l’anno della famiglia, delle famiglie, dei legami fondati su affetto, rispetto e sostegno reciproci, senza preclusioni.
Buon 2016. Che sia l’anno della consapevolezza degli sprechi e degli abusi su cui i nostri stili di vita si fondano e che comportano.
Buon 2016. Che sia l’anno della sostenibilità, in tutti i campi, dalle politiche pubbliche, ai modelli economici di sviluppo, alle piccole scelte individuali.
Buon 2016. Che sia l’anno della globalizzazione ma non nel senso illusorio dell’allargamento dei mercati bensì in quello dell’incontro e della costruttiva contaminazione delle culture.
Buon 2016. Che sia un anno di solidarietà, condivisione, collaborazione internazionale, nazionale, locale, di vicinato e familiare.
Buon 2016. Che sia un anno di tolleranza, apertura verso le differenze che arricchiscono invece di ingenerare diffidenze.
Buon 2016. Che sia un anno di equità, di riduzione dei privilegi, delle disuguaglianze e delle distanze.
Buon 2016…. di cuore!

Valori che non dividono

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“Noi crediamo nei valori che non dividono le persone” … la frase pronunciata dal padre di Valeria Solesin meriterebbe di essere affissa ben visibile in tutti i luoghi pubblici, a partire dalle aule scolastiche, molto meglio della purtroppo disattesa “La legge è uguale per tutti” delle aule di giustizia e, ahimè, dello spesso strumentalizzato crocifisso, la cui presenza viene pretesa non per quello che rappresenta o per ispirare la nostra condotta ma, piuttosto, per sottolineare le differenze fra chi si dichiara cristiano e chi no, generando contrapposizione fra chi se ne sente rappresentato e chi no.
Mi auguro che, una volta passata l’emozione che i recenti attacchi terroristici e la morte di Valeria Solesin, in particolare, hanno suscitato, permanga l’eredità di quella semplice ma potente frase, a difenderci da tutti coloro che, anche in momenti così gravi, perseguono la via della divisione e della contrapposizione piuttosto che cercare la coesione attorno ai valori del bene comune e della tolleranza.

Pray for all the victims – Pray for the survivors

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Dolore, sgomento, smarrimento, lacerazione, profondo senso di perdita, il sangue versato a Parigi, ultima ferita di una lunga serie, non trova ragioni, l’insensatezza delle vite spezzate provoca un’intensa vertigine ed il futuro bloccato, rubato, più che a noi adulti, che bene o male nella vita ci siamo spesi, ai nostri figli a cui le aspettative, i sogni sono stati in un sol colpo scompigliati… Ma inattese, quello che le mani sanguinarie non hanno sicuramente previsto, emergono storie, testimonianze di amore, speranza, perdono, che la morte non riesce a sconfiggere e che ci risollevano dal baratro della disperazione. Penso ai gesti di coraggio grazie a cui vite sono state salvate, alla solidarietà rappresentata dalle portes ouvertes dei parigini, al potente rifiuto di piegarsi all’odio del marito che ha perso la propria compagna, al composto dolore dei genitori di Valeria Solesin i quali, più che la disperazione della perdita ci hanno dato prova di come offra consolazione la consapevolezza di quanto intensamente e generosamente la loro figlia abbia saputo essere protagonista nel mondo pur nella sua breve vita.
Ecco, per i nostri figli spero che alla fine, più che lo sgomento provocato dal sangue abbondantemente versato ed il senso della minaccia incombente, resti lo sprone, a ognuno nel proprio piccolo, non tanto a vivere ogni giorno alla massima velocità bensì a dare continuamente e con entusiasmo il meglio di sè nelle amicizie, nello studio, in famiglia, nel sociale…

Not in my name?

Mi fa orrore l’idea di un mondo in cui la soluzione di qualsivoglia problema possa essere costituita dalla morte di esseri umani, tremo al pensiero che questo sia il mondo ed il futuro che affidiamo ai nostri figli, i valori in cui sono cresciuta ed in cui credo sono diametralmente opposti ma non ho più il coraggio di affermare “Not in may name” oggi che non sono più una giovane piena di speranze per il futuro ma prima di tutto una mamma preoccupata che il proprio figlio possa avere un futuro in cui non sia troppo drammatico vivere. La realtà privilegiata in cui viviamo fa dimenticare ahimè che il “Not in my name” qui ed oggi inevitabilmente non possa che fondarsi sul fatto che il lavoro sporco venga comunque svolto da qualcuno … e così il “not in my my name” poco differisce dal più diffuso “armiamoci e partite”!
… ed alla notizia di oggi, che il terribile boia terrorista potrebbe essere stato ucciso in Siria, non solo non mi rallegro ma mi spaventa il senso inevitabile di sollievo che mi suscita.

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“Ci riempiamo di immigrati che rompono le scatole da mattina a sera”…

…cit. Matteo Salvini oggi a Bologna.

Qualche giorno fa, invece, sulla stampa ho letto questi dati, tratti dal Rapporto 2015 sull’immigrazione, una ricerca della Fondazione Leone Moressa.
Gli oltre 2,3 milioni di lavoratori immigrati hanno versato ben 10,29 miliardi di euro in contributi previdenziali, “pagando” la pensione a ben 620 mila anziani. Lo sa bene l’Inps: essendo prevalentemente in età lavorativa, i migranti sono soprattutto contribuenti. Non a caso, oggi la popolazione con più di 75 anni rappresenta l’11,9% tra gli italiani, solo lo 0,9% tra gli stranieri.


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E’ troppo facile e banale fornire un’immagine diversa e a senso unico dell’immigrazione. Fortunatamente ci sono adolescenti, quei sedicenni che Salvini vorrebbe far votare, che già hanno capito che tali affermazioni sono mera propaganda e non descrivono integralmente il fenomeno… fra questi, mio figlio che, nel corso della partecipazione all’esperienza promossa dalla Caritas “Prove di un mondo nuovo – 72h con le maniche in su” è stato chiamato a condividere l’alloggio con un gruppo di richiedenti asilo. Timoroso, all’inizio, per pregiudizi e luoghi comuni che fino a quel momento gli avevano descritto TUTTI gli immigrati, è stato immediatamente colpito dalla sofferenza che ha spinto queste persone a lasciare la propria terra e dall’entusiasmo e impegno che stanno mettendo nell’imparare l’italiano e nel cercare di integrarsi.

Un sorriso in meno

In questi giorni non mancano le situazioni e gli eventi dolorosi, tristi, angoscianti…. il perenne conflitto fra Palestina e Israele, l’epidemia di ebola, la persecuzione e il massacro degli Yazidi iracheni, i continui sbarchi, e naufragi, di profughi lungo le nostre coste, il conflitto ucraino… ma da oggi anche un sorriso in meno… addio Mr. Robin William, professor Keating, Mrs Doubtfire, Patch Adams, Mork, ….

R.I.P.

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Miseria e nobiltà

Ecco, senza sprecare altre parole sulle vicende di cronaca, corruzione e malgoverno che stanno infangando Venezia e il Veneto in relazione al Mose (si tratterà solo di questo?), questa è la scena che a mio modo di vedere rappresenta quello che è avvenuto negli ultimi anni intorno alle grandi opere, e non solo in Veneto, con la sola differenza che gli attori della vicenda attuale sono “miseri” quanto a  senso etico e civico.

 

Malinconico umorista

Il giorno in cui, 20 anni fa, Massimo Troisi se n’è andato io ero alle Isole Eolie, non c’erano gli smartphone, la casa dove alloggiavo non avevo la TV e voglia di comprare i quotidiani era nulla… lo scoprii pochi giorni dopo vedendo una locandina di un giornale di gossip…. ancora non riesco a vedere film e filmati che lo riguardano, ad ascoltare le sue parole senza che mi venga un groppo in gola… troppo presto ci ha privati del suo malinconico umorismo!
… e questa è una delle scene dei suoi film che preferisco, geniale la sua visione di come si evolve la relazione amorosa!

 

Pasqua… lucana!

Quest’anno forse la nostra Pasqua è stata un po’ meno santa perché un po’ troppo orientata al menu del pranzo ma, per sentire più vicino a noi il papà che ormai per la quinta Pasqua non è più con noi, con la mia famiglia abbiamo organizzato un menu lucano, noi, che in Basilicata non ci siamo nati, ci siamo stati meno di quanto avremmo desiderato, a cui, tuttavia, ci sentiamo profondamente legati, perché terra natale  del papà.

Antipasto:

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Primo:

Ravioli di ricotta e prezzemolo al ragù lucano

 

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Secondo:

Agnello al forno gratinato con patate

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… e, per chiudere, fragole di Policoro.

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E’ stata la prima volta senza la sua presenza ed il suo supporto ma l’esperimento è ottimamente riuscito… grazie papi!

P.S.: per la prima volta, dopo un pranzo dalla mamma, mi sono alzata da tavola senza sentirmi troppo appesantita!

Toccare il fondo

Quando un Paese costringe i propri malati e i propri disabili a manifestare in prima persona per la tutela dei propri diritti, significa che è ormai solo alla deriva, non ha più il diritto di chiamarsi Paese, casomai area geografica….
La notizia di ieri della morte di Raffaele Pennacchio, un medico malato di SLA, attivista di Comitato 16 novembre onlus, provato a seguito di due giorni di presidio di fronte al Ministero dell’Economia, è sconvolgente: abbiamo abbandonato i malati al loro destino, si arrangino loro ad ottenere la tutela dei loro diritti, in particolare l’assistenza domiciliare ai disabili gravi e gravissimi!

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Ma come facciamo a continuare a vivere indifferenti, tutti concentrati a verificare quanto un punto di IVA penalizzerà i nostri consumi, chi a indignarsi perché la sua super pensione non sarà rivalutata, chi perché le sue seconde-terze-quarte … case sarebbero tassate esageratamente, chi perché alla Juventus sono stati tolti 2 scudetti, chi perché il sistema giudiziario nei confronti di S.B. agisce con estrema efficienza e celerità ….
Non avevo mai sentito nominare Raffaele Pennacchio ma come cittadina italiana sento pesare sulla mia coscienza la sofferenza che ha dovuto sopportare per combattere per garantire un’assistenza adeguata ai malati gravi e la sua morte…

A cosa serve un Parlamento che non sa fare una riflessione seria e senza preconcetti sul fine vita e, dall’altra parte, nemmeno prendersi carico della necessità di garantire risorse a favore di chi soffre … fortuna che lì, invece, c’è qualcuno che, per esempio, si preoccupa di tutelare i cavalli come animali di affezione
Siamo un Paese strano, un popolo strano, annegano centinai di disperati migranti e pensiamo a cosa fare per evitare che in futuro se ne avvicinino altri alle nostre coste, le carceri esplodono e gli “ospiti” vivono in condizioni disumane e pensiamo che la soluzione sia amnistiare i condannati che non vi sono ancora entrati (ogni riferimento…).
Siamo così preoccupati a cercare di preservare i nostri piccoli privilegi, a non scalfire le nostre sicurezze che non vediamo chi intorno a noi sta perdendo tutto, a partire dalla speranza nel futuro.
Solidarietà… che parola obsoleta….

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